Intervista a Giuseppe Conzo, autore del romanzo “La forza di ricominciare”.

Intervista a Giuseppe Conzo, autore del romanzo “La forza di ricominciare”.

Giuseppe Conzo è un ingegnere e scrittore; originario della Campania, vive a Fiumicino. La scoperta delle sue origini ha ispirato il suo romanzo d'esordio “La forza di ricominciare”, pubblicato dalla casa editrice Bookabook nel 2025.
 
«Ci presenti il tuo romanzo a sfondo parzialmente autobiografico “La forza di ricominciare”?»
La forza di ricominciare è un romanzo che nasce da un percorso personale e di memoria collettiva. Racconta la storia di un bambino abbandonato nei giorni successivi al terremoto dell'Irpinia del 1980, ma allo stesso tempo ricostruisce il clima umano e sociale di un territorio profondamente ferito. Non è soltanto la cronaca di un evento drammatico, bensì l'esplorazione delle vite che, nel silenzio, si sono mosse tra le macerie: madri costrette a nascondere le proprie gravidanze, operatori che hanno lottato per salvare neonati fragili, famiglie che hanno scelto di accogliere.
È un romanzo sull'identità, sulle origini, sull'amore che può nascere anche laddove sembra esserci solo perdita. Ed è anche un dialogo con il passato, per comprenderlo e restituirgli dignità.
 
«Nella prefazione all'opera affermi: “Era il 23 novembre 1980 quando la terra tremò in Irpinia, cancellando interi paesi e lasciando dietro di sé distruzione, dolore e un vuoto incolmabile. Quel terremoto non fu solo un disastro naturale, ma anche una ferita profonda nel tessuto sociale e umano di una comunità. Tra le macerie, però, oltre alle perdite, c'erano anche storie nascoste, delicate, difficili da comprendere nella loro complessità: le storie dei neonati abbandonati. Io sono una di quelle storie”. Quanto è stato difficile trasformare un vissuto così intimo in materia letteraria?»
È stato un processo lungo e, in alcuni momenti, emotivamente destabilizzante. Scrivere di sé significa tornare a toccare zone sensibili, riaprire domande rimaste sospese per anni. Ho dovuto affrontare la paura di espormi, il timore di non riuscire a essere all'altezza di una storia che non era solo mia, ma apparteneva a molte altre persone.
La difficoltà maggiore è stata trovare la giusta distanza narrativa: non volevo scrivere un racconto puramente autobiografico, ma nemmeno allontanarmi dalla verità emotiva dei fatti. Ho scelto la forma del romanzo proprio per poter raccontare con libertà, pur mantenendo intatto il nucleo autentico dell'esperienza. In questo senso, la scrittura è stata una forma di ricomposizione interiore.
 
«Quel devastante sisma non è trattato nel romanzo solo come un evento storico drammatico, ma soprattutto come una frattura morale e sociale, seppur invisibile rispetto alla distruzione materiale. Vuoi offrirci una tua riflessione in merito?»
Il terremoto dell'Irpinia è stato un trauma collettivo che ha lasciato segni ben oltre la distruzione materiale. Quando una comunità viene colpita così profondamente, non crollano solo le case: crollano certezze, equilibri, protezioni sociali. In un contesto già fragile, il disastro ha amplificato povertà, isolamento, vergogna.
Nel romanzo ho voluto raccontare proprio questa frattura invisibile: quella che si insinua nei rapporti umani, nelle scelte dolorose, nei silenzi. Il sisma diventa una metafora potente della condizione umana: a volte la terra trema fuori, altre volte dentro di noi. E in entrambi i casi si è costretti a ricostruire.
 
«La figura di Marina, la levatrice, è centrale nella narrazione: cosa rappresenta per la coscienza di quella comunità in profonda crisi?»
Marina è la custode di una memoria nascosta. È una donna che opera in un contesto di giudizio e paura, ma sceglie di agire secondo coscienza. Rappresenta la cura, l'ascolto, la responsabilità silenziosa. In una comunità che tende a tacere e a rimuovere, lei diventa testimone e ponte tra le storie delle madri e il destino dei bambini.
Non è un personaggio idealizzato: è umana, con i suoi dubbi e le sue fragilità. Ma incarna quella parte della società che, anche nei momenti più bui, non smette di prendersi cura. In questo senso è il simbolo di una resistenza morale.
 
«Nel romanzo affronti lo spinoso argomento delle gravidanze indesiderate in un contesto sociale segnato dal giudizio e dal pudore; ritorna spesso, infatti, il tema del silenzio delle madri, causato principalmente dalla vergogna. Una scelta coraggiosa di dare spazio proprio a ciò che storicamente è rimasto taciuto: vuoi parlarcene?»
Era un tema che sentivo necessario affrontare. Molte di quelle madri hanno vissuto la gravidanza come una colpa, non per mancanza d'amore, ma per il peso del giudizio sociale. Il silenzio non era freddezza, ma paura. Vergogna. Solitudine.
Ho voluto restituire complessità a quelle scelte, evitando semplificazioni. Raccontare queste storie significa dare voce a un dolore sommerso, riconoscere che dietro ogni abbandono esiste un contesto, una fragilità, una storia non detta. La letteratura può essere uno spazio in cui ciò che è stato taciuto trova finalmente ascolto.
 
«La forza di ricominciare”, come già detto, è anche la tua storia: credi che rievocare quel trauma attraverso la scrittura creativa sia stato per te un atto terapeutico e, soprattutto, pensi che possa esserlo anche per chi ha vissuto la tua stessa esperienza?»
Per me sì. La scrittura ha permesso di guardare il mio passato con maggiore lucidità, di integrare parti della mia storia che per anni avevo percepito come frammentate. Non è stato un percorso lineare, ma mi ha aiutato a trasformare una ferita in narrazione, e quindi in senso. Credo che possa essere terapeutico anche per altri, non tanto perché offre risposte definitive, ma perché apre domande condivise. Chi ha vissuto esperienze simili può riconoscersi, sentirsi meno isolato. La condivisione crea comunità, e la comunità attenua il peso del trauma.
 
«Quale speri sia il messaggio che verrà recepito da chi leggerà il tuo romanzo?»
Spero che i lettori comprendano che l'identità non è determinata solo dall'origine biologica o dalle ferite subite, ma anche dagli incontri, dall'amore ricevuto e dalle scelte compiute nel tempo. Vorrei che il romanzo fosse letto come un invito a non fermarsi al giudizio, a guardare con maggiore empatia le storie degli altri.
E soprattutto spero che passi un messaggio semplice ma potente: anche dalle macerie - materiali o interiori - è possibile ricominciare. La memoria non deve imprigionarci nel dolore, ma aiutarci a costruire un futuro più consapevole e umano.
 
 
Contatti
https://www.instagram.com/giuseppe.conzo/
https://bookabook.it/libro/la-forza-di-ricominciare/
https://www.amazon.it/forza-ricominciare-Giuseppe-Conzo/dp/B0FD1Y3XWN
 
 

bookabook, conzo, romanzo, scrittore

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